giovedì 9 maggio 2013

9 Maggio 1990
Giovanni Bonsignore 59 anni, funzionario

Giovanni Bonsignore (Palermo, 10 gennaio 1931 – Palermo, 9 maggio 1990) è stato un funzionario italiano. Bonsignore fu dirigente superiore dell’assessorato regionale della cooperazione, del commercio e pesca della Regione Siciliana. Il funzionario pagò con la vita la sua intransigenza e il profondo rigore applicato quotidianamente al suo lavoro. Non si era mai voluto piegare a direttive che contrastavano con la legge e per questo era stato trasferito ad un altro ramo dell’amministrazione. Da dirigente dell’assessorato alla Cooperazione aveva ostacolato la creazione del consorzio agroalimentare, un organismo costato miliardi di lire, recuperati da capitoli di bilanci che egli sosteneva fossero destinati ad altre spese. Aveva preparato una relazione molto dettagliata nella quale sosteneva che secondo le leggi regionali e statali in vigore, il finanziamento predisposto dalla Regione Siciliana di circa 38 miliardi era illegittimo. Fu assassinato il 9 maggio 1990 alle 8:30 a Palermo in Via Alessio Di Giovanni, appena uscito di casa dopo aver acquistato un quotidiano.
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9 Maggio 1978
Peppino Impastato 30 anni, attivista politico

Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino (Cinisi, 5 gennaio 1948 – Cinisi, 9 maggio 1978), è stato un politico, attivista e conduttore radiofonico italiano, famoso per le denunce delle attività della mafia in Sicilia, che gli costarono la vita.

Peppino Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa (il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso nel 1963 in un agguato nella sua Giulietta imbottita di tritolo). Ancora ragazzo rompe con il padre, che lo caccia di casa, ed avvia un’attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino L’idea socialista e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi, partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati.
Nel 1976 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.); nel 1977 fonda Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale. Stampa, forze dell’ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e di suicidio dopo la scoperta di una lettera scritta in realtà molti mesi prima. L’uccisione, avvenuta in piena notte, riuscì a passare la mattina seguente quasi inosservata poiché proprio in quelle ore veniva “restituito” il corpo senza vita del presidente della DC Aldo Moro in via Caetani a Roma.
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ll più sfacciato [depistaggio per proteggere mafiosi importanti] è stato quello dell'inchiesta sull'omicidio di Peppino Impastato. Lo hanno fatto 'suicidare', lo hanno fatto diventare un terrorista. E invece era stato assassinato. Per ordine dei boss e, forse, anche di qualcun altro.

Peppino Impastato è morto il 9 maggio del 1978 sui binari della ferrovia Trapani-Palermo, dilaniato da una bomba. Nello stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, a Roma. Peppino aveva 30 anni, era figlio di un mafioso di Cinisi, militava nell'estrema sinistra e lavorava a Radio Aut, una radio libera. L'indagine sulla sua morte è stata truccata fin dalle prime ore. Dai carabinieri.


L'esplosivo usato per il presunto attentato era esplosivo da cava, eppure nei giorni successivi alla morte di Peppino i carabinieri non fecero neppure una perquisizione nelle cave intorno a Cinisi, che erano tutte di proprietà dei mafiosi. Inoltre, nella prima informativa non fecero menzione di una pietra ritrovata sul luogo del delitto: quella che probabilmente uccise Peppino Impastato prima che venisse 'sistemato' sui binari per sembrare un terrorista suicida. E ancora: nel primo rapporto che i carabinieri presentarono alla procura di Palermo, scrissero: "Anche se si volesse insistere su un'ipotesi delittuosa, bisognerebbe comunque escludere che Giuseppe Impastato sia stato ucciso dalla mafia".

La mafia a Cinisi era Gaetano Badalamenti, il boss che Peppino Impastato attaccava ogni giorno dai microfoni di Radio Aut, irridendolo col nome di Tano Seduto ; lo stesso Badalamenti che aveva stretto rapporti con alcuni alti ufficiali dell'Arma. Era lui il boss da proteggere. E, probabilmente, Gaetano Badalamenti non era l'unico a volere morto Peppino Impastato.

Tutta l'inchiesta, fin dall'inizio, si è concentrata esclusivamente sulla ricerca di accuse contro la vittima. C'è stato un depistaggio sistematico - e forse pianificato ancor prima dell'omicidio - che è sempre apparso "sproporzionato" per coprire soltanto un mafioso, sia pure un grande capo di Cosa Nostra come Gaetano Badalamenti. Anche il delitto Impastato, dopo tanti anni, sembra uno di quegli omicidi dove è probabile che si sia registrata una "convergenza di interessi". Il fascicolo giudiziario su Peppino Impastato è rimasto per almeno dieci anni "a carico di ignoti". Ci sono voluti altri dieci anni per riaprire le indagini. E altri quattro ancora per condannare Gaetano Badalamenti come mandante del delitto. Un po' di giustizia è stata fatta nel 2002: in un altro secolo. Ma ci sono ancora molti misteri. Testimoni che non sono stati mai ascoltati. E protagonisti di quell'inchiesta che, tanto tempo dopo, sono scivolati nelle indagini sulle trattative fra mafia e Stato a cavallo delle stragi del 1992"
FAQ mafia di Attilio Bolzoni

domenica 5 maggio 2013

5 Maggio 1971
Pietro Scaglione 65 anni, magistrato
Antonio Lorusso agente di custodia

Il Procuratore Scaglione, che ha segnato l’inizio del martirologio nella magistratura italiana, fu ucciso, con Antonio Lorusso suo agente di custodia, alle ore 10.55 del 5 maggio del 1971 in via Cipressi a Palermo, nel corso di un agguato mafioso, dopo la consueta visita nel cimitero dei Cappuccini, dove era sepolta la moglie.
Come è stato scritto anche in sentenze emesse da diverse autorità giudiziarie, Pietro Scaglione – fu un <<magistrato integerrimo, dotato di eccezionali capacità professionali e di assoluta onestà morale, persecutore spietato della mafia>> e <<tutta la verità è emersa a positivo conforto della figura del magistrato ucciso>>, sia per quanto concerne la sua attività istituzionale, sia in relazione alla sua vita privata.
Purtroppo – come si ribadisce ancora una volta con profonda amarezza – le indagini dell’Autorità giudiziaria di Genova, svolte per un ventennio, non hanno consentito di condannare gli autori dell’efferato crimine. E’ stato però accertato che i possibili moventi del delitto sono in ogni caso da ricollegare all’attività svolta <<in modo specchiato>> e inflessibile dal magistrato, soprattutto nella repressione della mafia.
Nella sua lunga carriera di giudice e, soprattutto, di pubblico ministero, iniziata nel 1928, Pietro Scaglione si occupò, infatti, di gravi episodi di mafia e dei misteri siciliani, dal banditismo del dopo guerra agli assassini dei sindacalisti (come Salvatore Carnevale), fino ai delitti mafiosi degli anni Sessanta e Settanta.
Dopo la strage mafiosa di Ciaculli del 1963, grazie soprattutto alle inchieste condotte dall’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo (guidato da Cesare Terranova) e dalla Procura della Repubblica (diretta da Pietro Scaglione) <<le organizzazioni mafiose furono scardinate e disperse>>, come si legge nella Relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia del 1976.
In particolare, il magistrato Scaglione, prima come Sostituto procuratore generale presso la Corte di appello e poi come Procuratore della Repubblica fu un accusatore implacabile di Luciano Leggio e di tutti gli affiliati alla cosca mafiosa di Corleone – come risulta dagli atti giudiziari e dalle dichiarazioni dei principali collaboratori di giustizia – dirigendo, tra l’altro, personalmente nel 1966, per la prima volta, un’operazione di polizia, a livello internazionale, nei confronti degli stessi (Giuseppe Fava, Tutti gli uomini di Liggio e Navarra arrestati, in Il Tempo del 26 aprile 1966, p. 57).

In questo contesto – come affermò Paolo Borsellino (in La Sicilia, 2 febbraio 1987, p.10) – <<la mafia condusse una campagna di eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Isolati, uccisi, quegli uomini furono persino calunniati. Accadde così per Scaglione [...]>>.
L’uccisione del procuratore Scaglione – come scrisse, a sua volta, Giovanni Falcone (in Interventi e proposte, Sansoni, 1994, p. 310) – ebbe sicuramente <<lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma che era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino>>.
Il Procuratore Scaglione svolse anche, con impegno e dedizione, la funzione di Presidente del Consiglio di Patronato per l’assistenza alle famiglie dei detenuti ed ai soggetti liberati dal carcere, promuovendo, tra l’altro, la costruzione di un asilo nido; per queste attività sociali, gli fu conferito dal Ministero della giustizia il Diploma di primo grado al merito della redenzione sociale, con facoltà di fregiarsi della relativa medaglia d’oro. Infine, con Decreto dello stesso Ministero della Giustizia del 1991, previo parere favorevole del Consiglio Superiore della Magistratura, Pietro Scaglione è stato riconosciuto >>.
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5 Maggio 1960
Cosimo Cristina 24 anni, giornalista

L’irrefrenabile desiderio di giustizia, che lo portava ad una spasmodica ricerca della verità, gli è stato fatale ed ha segnato il suo destino che si è concluso tragicamente nei pressi di una galleria, lungo i binari, alle porte di Termini
Imerese, paese in cui era nato. Una morte terribile, che resta avvolta nel mistero: gli atti processuali parlano di suicidio, ma il convincimento generale è che sia stato ucciso dalla mafia, anzi più precisamente “suicidato” da Cosa Nostra. È la storia di Cosimo Cristina, un giovane cronista. Una storia emblematica di come è difficile fare il corrispondente di provincia, tanto ieri quanto oggi. Il suo corpo, il 5 maggio del 1960, venne trovato dilaniato, con il cranio sfondato. Era quasi irriconoscibile. Aveva 24 anni. Quattro anni prima aveva iniziato a collaborare come corrispondente presso il giornale L’Ora, successivamente anche per l’agenzia Ansa, ed a passare articoli al Corriere della Sera, al Gazzettino di Venezia ed a Il Messaggero di Roma. Veniva pagato poche lire e scriveva di mafia, quando ai quei tempi nessuno osava nemmeno nominarla. I politici di allora dicevano che era un’invenzione dei comunisti. Solo dopo qualche anno verrà costituita la prima commissione d’inchiesta contro la criminalità organizzata che, intanto, nella zona del termitano faceva i propri affari. Siamo a cavallo degli anni ’50 e ’60, quando viene deciso che il futuro di Termini Imerese sarà legato allo sviluppo industriale La società si sta trasformando e la mafia si organizza, muta, si trasforma. Non solo nei comuni della provincia ma anche a Palermo. Un’intuizione che Cosimo Cristina coglie, forse prima di altri. Fonda così, insieme a Giovani Cappuzzo, un settimanale, Prospettive siciliane, e scrive, scava nella realtà, conduce inchieste, indaga su omicidi e fatti di mafia, fa nomi e cognomi di noti personaggi. Gli effetti saranno dirompenti e giorno dopo giorno verrà a poco a poco isolato. Iniziano le minacce, poi seguono le querele. In qualche modo si cerca di intimidire il giovane cronista che va avanti e non si ferma. Cosimo Cristina era entusiasta della vita, che gli si apriva davanti. Era nato a Termini Imerese l’11 agosto 1935. Chi lo ha conosciuto lo descrive come un tipo allegro, gioioso, che non si abbatteva, nonostante le difficoltà. Sempre fermo e deciso ad andare avanti. Un tipo anche eccentrico. Andava in giro a piedi o in sella ad una bicicletta, indossando sempre vestiti eleganti ed al collo un papillon. Portava dei baffetti sottili ed un pizzetto. Il primo numero di Prospettive siciliane esce il 25 dicembre del 1959. Nell’editoriale il giovane cronista anticipa quelle che saranno le sue linee guida, puntando su due temi: la questione morale e la lotta alla mafia. “Prospettive siciliane – scriveva Cristina - sorge in un momento particolarmente importante della storia dell’Isola, che intende affermare i suoi diritti, del resto già consacrati dalla Autonomia, istituto e strumento
di progresso della vita economico- sociale della Sicilia. Uno spirito nuovo anima le popolazioni dell’Isola, che noncuranza di uomini politici ed errori di governanti hanno finora trascurato e dimenticato con grande pregiudizio della economia della stessa nazione. Tale spirito nuovo di fiera e oltranzistica difesa dell’Autonomia contro ogni atto o gesto di sabotatori prezzolati ai monopoli del nord, il nostro giornale intende esprimere attraverso le sue colonne facendosi portavoce degli interessi sani e legittimi, delle aspirazioni più giuste delle nostre popolazioni, nel grande sforzo e nell’immane fatica di riequilibrare le condizioni di vita delle nostre genti. Con spirito di assoluta obiettività, in piena indipendenza da partiti e uomini politici, ci proponiamo di trattare e discutere tutti i problemi interessanti dell’Isola, avendo come nostro motto: senza peli sulla lingua. E poiché riteniamo che premessa indispensabile per ogni opera di rinnovamento è la moralizzazione, denunceremo ogni violazione ai principi di onestà amministrativa e politica, sicuri anche in questo di interpretare i sentimenti e le aspettative di un popolo di antica saggezza. Tutto questo perché noi vogliamo che la Sicilia non sia solo quella folcloristica delle cartoline lucide e stereotipate, né quella delle varie figurazioni a rotocalco e di certa stampa deteriore, per intenderci la Sicilia di Don Calò Vizzini e di Giuliano, ma la Sicilia che faticosamente si fa strada come pulsante cantiere di lavoro e di rinnovamento industriale”. Cosimo Cristina era quindi un cronista libero, non asservito a nessuno, onesto. Un cane senza padrone o meglio come diceva lui un giornalista “senza peli sulla lingua”.

Credeva nella libertà di stampa e nel suo ruolo fondamentale per la democrazia e la crescita di un Paese. Uno di quei corrispondenti di provincia sfruttati, privi di garanzie, di contratto, di protezione e sotto il tiro della mafia. Uno di quei giovani cronisti che muovono i primi passi dentro una redazione e credono di avere toccato il cielo con un dito. Il tutto per pochi soldi che a volte non servono a pagare gli spostamenti, i viaggi, le telefonate. La ricompensa è la firma che appare sotto gli articoli, molto spesso tagliati, magari in parte riscritti. Alcuni non usciranno mai. Ma aveva un fiuto per la notizia, una forte passione ed una grande carica ideale. Chi lo ha conosciuto lo descrive come un fiume in piena, una fucina di idee e notizie. Ma spesso la verità è talmente palese e sotto gli occhi di tutti che, proprio per questo, è difficile da raccontare. Certe cose, secondo alcuni, è bene non scriverle, non farle vedere, potrebbero dare fastidio al sindaco o a quell’altro potente di turno o all’imprenditore.
E così Cosimo Cristina, che non aveva di certo di queste remore, incominciò a dare fastidio. Iniziò a scavare su alcuni omicidi di mafia rimasti insoluti, a fare collegamenti e soprattutto ad indicare presunti mandanti ed esecutori. Scrisse della mafia di Termini Imerese e delle Madonie, facendo luce su interessi ed affari. Dapprima iniziarono ad arrivare i messaggi trasversali, miti “consigli” a stare tranquilli. Poi le minacce telefoniche e gli avvertimenti. Mentre intanto incominciarono a fioccare le prime querele. In pratica a poco a poco venne isolato. Attorno a lui venne creato un vero e proprio vuoto. Poi la tragedia. Il corpo di Cosimo Cristina, soprannominato Co.Cri. dalle iniziali scritte sotto gli articoli di cronaca, venne trovato al centro dei binari, disteso a pancia in su e con la testa che sfiorava la rotaia, nei pressi della galleria Fossola di Termini Imerese. Erano le 15.30 di un giovedì, il 5 maggio del 1960. Appena due giorni prima era scomparso da casa. A dare l’allarme fu un guardialinee Bernardo Rizzo, di Roccapalumba. Per terra furono trovati il portafoglio, un mazzo di chiavi e un portasigarette. In tasca aveva una schedina del totocalcio e due biglietti: uno per la fidanzata, l’altro per l’amico Giovanni Cappuzzo, con i quali si scusava per il gesto estremo. Nessun messaggio invece per la madre e per le tre sorelle alle quali era molto legato. Il caso venne subito chiuso come suicidio e così gli vennero negati i sacramenti. Nessun sacerdote fu disposto ad officiare la funzione religiosa. Due mesi dopo l’inchiesta fu archiviata, senza che venisse eseguita un’autopsia sul corpo ed una perizia calligrafica sui biglietti trovati. Soltanto a distanza di sei anni il “caso Cristina” venne riaperto dal vice questore di Palermo, Angelo Mangano. Il funzionario di polizia, famoso per le sue inchieste antimafia che avevano portato all’arresto di Luciano Liggio, stilò un dossier sui misteri delle Madonie: un voluminoso rapporto che sfociò nell’arresto, tra gli altri, di Santo Gaeta, considerato il boss di Termini Imerese, del figlio Giuseppe, di Agostino Rubino, consigliere comunale sempre di Termini, Vincenzo Sorce, Orazio Calà Lesina e di Giuseppe Panzeca, indicato quest’ultimo come capomafia di Caccamo. Mangano era convinto che il giornalista fosse stato ucciso proprio dalle cosche mafiose termitane, con l’assenso della famiglia di Caccamo, al vertice di Cosa Nostra nella zona. Il vice questore ritenne che il movente era da ricercare proprio negli articoli che il giovane cronista aveva pubblicato su Prospettive siciliane ed in particolare uno, in cui si svelavano i retroscena dell’omicidio di un pregiudicato, Agostino Tripi, denunciato per un attentato dinamitardo ad una gioielleria e successivamente ucciso dalla mafia perché parlava troppo. In quell’articolo Cosimo Cristina aveva intervistato la moglie dell’ucciso. La donna fece importanti rivelazioni, suggerendo il nome del presunto assassino. L’inchiesta sulla morte di Cristina così fu riaperta, esattamente dopo sei anni. Venne disposta finalmente l’autopsia. Ma anche questa volta i risultati dell’indagine portarono alla conferma dell’ipotesi del suicidio smentendo il rapporto della polizia e le ipotesi del vice questore. Il caso così venne definitivamente chiuso. Anche se sulla vicenda permangono molti dubbi e interrogativi. Resta il ricordo di un giornalista che ha svolto il proprio mestiere con coraggio e onestà credendo nel ruolo di una libera stampa.
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Nel 1999 il giornalista catanese Luciano Mirone, mediante il libro "Gli Insabbiati. Storie di giornalisti uccisi della mafia e sepolti dall'indifferenza" (Castelvecchi) riesumò il caso e scoprì che nel 1966 il vice questore di Palermo, Angelo Mangano (famoso per una foto che ha fatto il giro del mondo mentre ammanetta il boss di Corleone Luciano Liggio), riaprì l'inchiesta e stilò un rapporto esplosivo che venne neutralizzato dal risultato dell'autopsia: Mangano scoprì che il cronista era stato ucciso in un luogo e deposto sui binari per simulare il suicidio. Il superpoliziotto accusò il consigliere della Democrazia cristiana Agostino Rubino (uno dei capimafia di Termini) e il boss Santo Gaeta di essere stati i mandanti del delitto, che poi vennero scagionati. A distanza di molti anni, Mirone riprese quel carteggio e lo riportò alla luce, mettendo in risalto le contraddizioni del referto autoptico, sottoposto all'attenzione di Vincenzo Milana, professore di Medicina legale dell'Università di Catania. L'autore de "Gli insabbiati" chiese alla Procura di Palermo - attraverso una raccolta di firme - la riapertura dell'inchiesta, ma l'esito fu negativo. Tuttavia nel 2000 l'Amministrazione comunale di Termini Imerese dedicò una via al giornalista scomparso. Nel 2010 - dopo la pubblicazione della seconda edizione de "Gli insabbiati - le associazioni termitane, sollecitate dal periodoco locale "Espero" - hanno deposto una lapide all'esterno della galleria "Fossola", luogo del ritrovamento del cadavere di Cosimo Cristina.
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sabato 4 maggio 2013

4 Maggio 1980
Emanuele Basile 30 anni, carabiniere

Emanuele Basile (Taranto, 2 luglio 1949 – Monreale, 4 maggio 1980) è stato un carabiniere italiano, ucciso da Cosa Nostra mentre ritornava a casa con la moglie e la figlia, dopo aver presenziato nel paese alla festa del Santissimo Crocifisso a Monreale.
La sera del 4 maggio 1980 mentre con la figlia Barbara di quattro anni e alla moglie Silvana Musanti aspetta di assistere allo spettacolo pirotecnico della festa del Santissimo Crocefisso a Monreale, un killer mafioso gli spara alle spalle e poi fugge in auto atteso da due complici. [L’agente aveva in braccio la figlioletta al momento dell’agguato, che fortunatamente rimase illesa]. Basile viene trasportato all’ospedale di Palermo dove i medici tenteranno di salvargli la vita con un delicato intervento chirurgico ma il carabiniere muore durante l’operazione lasciando nel dolore la moglie e lo stesso Paolo Borsellino che era corso in ospedale. Vincenzo Puccio, il suo assassino, verrà catturato dai carabinieri subito dopo l’omicidio ma verrà assolto tre anni dopo, creando sgomento e rabbia sia nei magistrati sia nei suoi colleghi. Tre anni dopo la sua morte, il 13 giugno 1983, morirà ucciso il Capitano Mario D’Aleo sempre per mano di Cosa Nostra, D’Aleo aveva preso il posto di Basile come comandante della Compagnia dei carabinieri di Monreale.
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