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mercoledì 6 marzo 2013

Victor Klemperer
Victor Klemperer era un uomo fortunato, sebbene non sapesse di esserlo. Era difficile per un ebreo tedesco sopravvivere a 12 anni di nazismo e ai bombardamenti alleati, senza neanche finire in un campo di sterminio. Klemperer ebbe l'enorme fortuna di aver sposato un'ariana, una donna che non divorziò (malgrado le pressioni ricevute) e accettò di continuare a vivere con lui nella degradazione e nell'umiliazione crescenti. Consapevole che nel momento stesso in cui l'avesse lasciato, il marito sarebbe stato deportato.
Klemperer, uomo senza particolari qualità, era stato fino al 1933 professore di filologia e lingue romanze. Perse il lavoro in quanto ebreo (malgrado avesse dovuto pronunciare, pochi mesi prima del licenziamento, un giuramento di fedeltà al Fuhrer). L'aver partecipato alla Prima Guerra Mondiale gli garantì la pensione; l'essere sposato a un'ariana gli garantì la vita ma non le umiliazioni; quelle le subì tutte - sia lui che la moglie, "la puttana di un ebreo".
Per dodici anni scrisse un diario - straordinaria testimonianza dal basso della vita sotto il nazismo - e uno studio sulla lingua nazista, a parziale compensazione di ciò che per lavoro non poteva più fare. LTI, Lingua Tertii Imperii. In questo piccolo saggio Klemperer afferma e cerca di dimostrare, pur nella povertà di mezzi (a un certo punto agli ebrei fu impedito l'accesso in biblioteca), la tesi che la lingua di una collettività determina i pensieri dei suoi componenti.
La citazione iniziale è di Rosenzweig, "la lingua è più del sangue"; ma Klemperer ricorda anche Schiller, "la lingua colta che crea e pensa per te".
Per 300 pagine il pedante professore si sforza di mostrare in che modo il regime nazista impiegò il linguaggio per influenzare il pensiero della popolazione. Certi termini, se usati con sufficiente frequenza e ripetizione, smettono di avere un significato negativo per assumerne uno positivo, o viceversa. Klemperer usa di continuo esempi pratici; il "fanatismo", termine dalla connotazione fino al 1933 negativa nella lingua tedesca, si trasforma lentamente in una qualità. La volontà "fanatica" diventa non la volontà di un esaltato, di un folle, ma la volontà che non tentenna davanti a nessuna difficoltà.
La trasformazione avviene a più livelli. Gli ebrei sono associati invariabilmente al termine parassiti. L'associazione è così automatica, così scontata, che alla fine - per tutti - essi diventano tali, e ciò che è un'affermazione del regime diventa una verità per il popolo.
Ecco, questa era la premessa. E questo è il motivo per cui scrivo queste righe proprio qui. Le parole sono importanti.
Non è irrilevante affermare in continuo, ripetere, martellare, che i politici sono "tutti ladri", "parassiti", "zombie" che vanno "cacciati fuori" a pedate, "seppelliti", che i partiti vanno "spenti". Non è né irrilevante e neppure casuale; testimonia invece una precisa volontà in tal senso, alla quale tutti quelli che ripetono questi concetti si prestano inconsapevolmente.
Ripetiamo invece con forza:
  • Non esiste una sola democrazia al mondo che non abbia partiti. Ci possono essere dittature con più partiti, ma non esistono democrazie monopartitiche.
  • Gli esseri umani non sono parassiti. Che siano ebrei, assassini, zingari o politici non sono parassiti, perchè i parassiti si sterminano.
  • Gli avversari politici non si seppelliscono né si buttano fuori dal Parlamento - o dal partito - a pedate, perché se lo si fa la democrazia diventa solo una parola.
  • Se il potere reale è in mano ad una sola persona, quella non è democrazia. Non basta chiamare democrazia una dittatura perché si trasformi nel suo opposto.
  • Lo scontro politico non è una guerra, perché in guerra gli avversari si uccidono.
L'uso dei termini da parte del Movimento cinque Stelle e il loro contesto sono strutturati in modo da nascondere la carica di violenza (del resto parliamo di un partito fondato da un professionista della risata e un esperto di comunicazione e marketing), ma intanto il linguaggio si diffonde; i concetti si fanno strada nelle menti; l'anormalità si trasforma nella normalità. Siamo già molto avanti su questo percorso.

Il processo


 
(due scope)





























  
(due calci)



 


































(due mani in Parlamento)




































(due parassiti)

Il risultato


































(due famiglie felici)

lunedì 23 luglio 2012

Nel 1925 un politico tedesco pubblicò un libro dal titolo La mia battaglia.

Nel 2011 un politico italiano pubblicò un libro dal titolo Siamo in guerra.

La storia ha un modo tutto suo per metterci in guardia.

La storia ripropone vecchie cose e vecchie idee sotto nuovi abiti. E' come un vecchio scrittore, che ha esaurito la vena creativa e perciò è costretto a ripetersi (P.A. Sorokin, 1922)

venerdì 15 giugno 2012

Quello che segue è parte di un pamphlet elettorale edito dal responsabile della propaganda di un movimento dell'antipolitica. Apparve in una democrazia europea colpita da una devastante crisi economica, davanti alla quale i vecchi partiti sembravano paralizzati.

Io ho cambiato solo alcune parole, sostituendo il nome di questo paese con l'Italia.

Quello che noi domandiamo è nuovo, decisivo, radicale e rivoluzionario nel vero senso della parola. Ma non ha niente a che vedere con rivolte e colpi di Stato. Potrebbero pure accadere ma non le vogliamo. Le rivoluzioni sono atti spirituali. Prima appaiono nelle persone, poi in politica ed infine nell'economia. Persone nuove formano strutture nuove. La trasformazione che noi vogliamo è prima di tutto spirituale: da quella nasceranno tutte le altre.

La rivoluzione è già visibile nei nostri iscritti ed esponenti. Il risultato è un nuovo tipo di movimento politico. Coerente con questo atteggiamento i suoi esponenti hanno, in politica, un atteggiamento privo di compromessi. Non esiste per loro il se e il quando, ma solo il sì o il no.

Noi domandiamo:

  1. Dignità per l'Italia. Una nazione che ha svenduto la sua dignità all'estero ha svenduto le sue fonti di sostentamento. La dignità è alla base di ogni comunità di persone. La perdita di questa dignità ci sta rendendo poveri e schiavi.
  2. Al posto di uno stato di servi, vogliamo un nuovo stato italiano. Lo stato non è un fine in se stesso ma piuttosto un mezzo per un fine. Il fine ultimo è il popolo. L'istituzione che oggi si fa chiamare repubblica italiana non è più adatta a difendere gli interessi della popolazione italiana.
  3. Lavoro per tutti i cittadini, con stipendi commisurati al merito. Questo significa più soldi in busta paga per chi lavora.
  4. Prima pensiamo ai bisogni della popolazione, dalla casa al lavoro, e poi eventualmente si paga il debito!
  5. Una spietata battaglia contro la corruzione! Una guerra contro lo sfruttamento e per la libertà di chi lavora! L'eliminazione dell'influenza finanziaria e capitalista dalle scelte politiche del paese!
  6. Un programma senza compromessi attuato da uomini che lo applicheranno con passione. Nessuno slogan, solo energia e passione.
Lo metto così, per aiutarci a scegliere. Così se prendiamo una strada magari sappiamo anche dove porta, cosa che spesso può rivelarsi utile.

lunedì 26 dicembre 2011

Postilla su un'ennesima debolezza strutturale delle dittature (e stavolta ci metto dentro anche il fascismo) rispetto alle democrazie.

Poiché in una dittatura il popolo non ha voce in capitolo nelle scelte governative, né direttamente né tramite rappresentanti, ne deriva da ciò una situazione di deresponsabilizzazione politica.

Molto semplicemente, il popolo non si ritiene responsabile di quanto il governo fa. Se il governo fa bene, tutti son felici. Ma se fa male, perché si dovrebbe pagare per scelte nelle quali non si ha avuto parte?

E' per questo che in una dittatura "seria" vengono fatti sforzi enormi per creare consenso. Perché si cerca di sostituire la responsabilizzazione individuale con un'esaltazione collettiva e artificiale, quasi sempre con risultati non paragonabili.

In Italia il regime ottenne, su questo fronte, risultati veramente disastrosi. Con tutte le sue chiacchere sugli otto milioni di baionette, Italia portaerei inaffondabile sul Mediterraneo, 100 divisioni e passa, la flotta sottomarina più grande del mondo...
con tutto questo, la produzione bellica annua italiana nel 1940-1943 fu inferiore a quella del 15-18.
Il paese non si mobilitò, non ci fu nessuna scossa nazionale dopo le sconfitte che fosse minimamente paragonabile a Caporetto.

La sconfitta politica del fascismo in questo campo è totale. E' non è dovuta, come potrebbe pensare un neofascista, a qualche traditore o ai nostri vizi nazionali; perché gli italiani, quando pensano di doverlo fare, combattono e pure bene. Lo dico senza far retorica, e pensando che le guerre siano cose schifose in cui si vede il peggio delle persone più che il meglio.

Ma il crollo psicologico del popolo italiano nella seconda guerra mondiale nasceva direttamente dalla presenza di una dittatura al governo. Bocciati anche in guerra, loro che tanto la cercavano!
La cosa che più sorprende chi studia i meccanismi repressivi del Terzo Reich, almeno fino al 1942 (quando si capì che poteva finire molto male), furono le loro dimensioni minuscole.

consiglio Hitler e l'enigma del consenso, di Ian Kershaw; storico inglese tra le massime autorità sul Terzo Reichr ed autore di una poderosa biografia del dittatore tedesco.

Kershaw, correttamente, evidenzia che le dittature si fondano su due meccanismi di base: 
* creano consenso
* reprimono il dissenso

Bene, il Terzo Reich fu incredibilmente efficace nel primo settore. E poiché consenso e dissenso sono in proporzione inversa tra loro, la dimensione minimale dell'apparato di sicurezza interna era una conseguenza diretta dell'efficacia dei meccanismi di propaganda. Del resto, si sa, prevenire è meglio che curare.

Mi soffermo quindi sulla fabbrica del consenso:

fine della disoccupazione, fine dei disordini sociali (l'inferno di ogni buon tedesco), ordine e pace sociale in tutto lo stato; benessere crescente, attenzione ai lavoratori - a partire dalle condizioni di lavoro, per finire con le crociere popolari del KdF; fine delle umiliazioni internazionali, riconoscimento della Germania come grande potenza alla pari con le altre.
I tedeschi comuni avevano tutte le ragioni per essere felici e soddisfatti del nuovo corso.
L'opposizione interna - che pure c'era, e non venne mai del tutto eliminata - era costretta a mosse irrisorie come la stampa e distribuzione clandestina di volantini - oltre che al mantenimento di una struttura organizzativa clandestina. Il KPD (comunisti) fece la parte del leone in questi anni, senza però avere alcuna rilevanza nazionale. Pericolosità, zero.

Cominciata la guerra, che i tedeschi - avendo buona memoria - non vedevano affatto bene, la macchina della propaganda perse il senso delle proporzioni, facendo balenare loro una vita da padroni in un continente di schiavi.

Noi italiani, abbastanza scanzonati e disillusi, ci siamo esaltati come scemi davanti ad un impero da canzonetta e alle sue suggestioni coloniali. Ai tedeschi venne promesso molto di più.

L'intera Russia europea, fino agli Urali, come colonia agricola del Reich. Villaggi fortificati vi avrebbero ospitato i coloni tedeschi, mentre nelle campagne, a mo' di servi della gleba, avrebbero vissuto gli slavi.
In tutto il resto dell'Europa sarebbe stato istituito un mercato comune, che vedeva la Germania come nodo focale e massimo beneficiario del sistema. Un complesso meccanismo di redistribuzione delle risorse materiali ed umane avrebbe assicurato ai popoli germanici - in cui sarebbero stati cooptati gli scandinavi, i fiamminghi, e tutte le minoranze di lingua tedesca presenti in Europa - ricchezza e prosperità ineguagliate.

Questi non furono sogni, erano pianificazioni reali, portate avanti con energia da organismi creati ad hoc.

A questo punto, introduco un nuovo elemento di debolezza strutturale del Terzo Reich. La costruzione del consenso e l'efficienza del meccanismo erano tali che la Germania in guerra ne divenne prigioniera.

Mentre in Gran Bretagna vigeva un rigido razionamento, e l'economia civile era retta da donne - gli uomini erano tutti al fronte, in Germania le donne continuavano a fare le casalinghe. Milioni di uomini facevano i postini, commessi, negozianti.
Addirittura, migliaia di ragazze ucraine e bielorusse vennero forzatamente inviate in Germania, a lavorare nelle fattorie ma anche come domestiche nelle case della borghesia tedesca.
La nazione viveva come se avesse già vinto la guerra; il tedesco doveva essere felice del suo regime.

L'abbaglio fu devastante. La sola Gran Bretagna produsse per tutto il conflitto, anno per anno, più aerei della Germania. La produzione di carri sovietica del 1941 era di parecchie volte superiore a quella tedesca, e così via.

Fu solo a fine 1942, davanti al disastro di Stalingrado, che il popolo ed i leader tedeschi capirono - per la prima volta - che la Germania poteva perdere la guerra ed era impegnata in una lotta mortale.
In un travolgente discorso radiofonico Goebbels chiamò a raccolta la nazione, ripetendo il grido della sollevazione del 1813 contro Napoleone: "Che la tempesta si scateni!"
La macchina da guerra della più avanzata economia europea si svegliò, cominciò ad accelerare paurosamente, raddoppiando, triplicando, quadruplicando la produzione industriale nell'arco di un paio d'anni - seppure a scapito della qualità.

Ma era troppo tardi. L'Unione Sovietica era al 100% delle sue capacità industriali da quasi un anno, la Gran Bretagna da almeno tre, gli Stati Uniti stavano da soli producendo più armi che gli altri alleati messi assieme. La guerra era ormai persa.

In patria, la macchina del consenso aveva perso attrattive, e conseguentemente i meccanismi repressivi divennero più pervasivi. Una barzelletta poteva ormai costare la vita.
Il nazismo si era trasformato, anche per i tedeschi, in una cupa macchina repressiva, che martellava slogan disperati come: "non possiamo perdere perché la sconfitta sarebbe disastrosa".

E mentre i bombardieri schiacciavano le città tedesche una dopo l'altra, e sul fronte russo la wehrmacht veniva inesorabilmente dissanguata dall'Armata Rossa, in patria diventava alto tradimento dubitare della vittoria finale.