10 Novembre 1992
Gaetano Giordano 55 anni, parrucchiere
Gaetano Giordano(Riesi 9 giugno 1937 – Gela 10 novembre 1992). Dopo il militare apre un’attività di parrucchiere per uomo. Nel 1963 conosce Franca Evangelista, genovese, arrivata a Gela per motivi di lavoro del padre. In seguito Franca e Gaetano si frequentano, si fidanzano e si sposano, consolidando l’attività economica che nel frattempo si era trasformata in negozi di profumeria (unici per molto tempo nel territorio gelese). Nascono due figli Massimo e Tiziana in una realtà di lavoro sana e fiorente. Marito e moglie collaborano nell’attività commerciale in un contesto familiare e lavorativo concreto e normale, i ragazzi studiano con profitto e, finito il liceo a Gela, accedono alla Luiss di Roma. Negli anni 1980-90 Gela è una polveriera; incendi e sparatorie fra clan rivali per la supremazia del territorio. I commercianti, che sino ad allora come fatto di costume, si adeguavano a pagare il pizzo( pochi esclusi, compresi noi, non erano disturbati) cominciavano a scalpitare, cercando di uscire da questo mal costume. Nel 1989 a seguito di una richiesta estorsiva si fa regolare denuncia. Il 10 novembre del 1992 senza che nulla facesse presagire quanto poi è successo, alle ore 20, Gaetano Giordano veniva ucciso sotto casa con cinque colpi alla schiena mentre con il figlio, ferito nella sparatoria, stava rientrando a casa. Dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia si scopre che l’uccisione di Gaetano Giordano è stata decisa a sorte tramite estrazione del biglietto con il suo nome (altri 3-4 commercianti che come lui avevano denunciato erano segnati negli altri bigliettini quindi papabili vittime). All’età di 55 anni Gaetano Giordano cessava di vivere per mano di alcuni mafiosi che vengono poi arrestati l’anno dopo.
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Gaetano Giordano non era un eroe. Aveva due figli ed era il proprietario di un noto negozio in pieno centro storico, a Gela. Conosceva la legge della mafia, sapeva benissimo di dover pagare il pizzo per non incappare in situazioni spiacevoli e pericolose per lui e per la sua famiglia; conosceva anche la storia di Libero Grassi e ne ricordava soprattutto l’epilogo, pertanto sapeva a cosa si andava incontro se si disobbediva alle leggi della mafia, ma tutto ciò non gli importava. O meglio, Gaetano era consapevole, più di tutti gli altri suoi concittadini, del fatto che, per riemergere dalle tenebre dell’incubo del pizzo e della sudditanza nei confronti dei poteri criminali, era necessaria una rivoluzione partecipata di tutto il popolo, una rivoluzione nella quale tutti i commercianti e gli imprenditori dovevano imporsi il coraggio di urlare il proprio “no” in faccia all’estorsore che, periodicamente, si presentava alle porte delle imprese per riscuotere il pizzo. La voglia di sentirsi partecipe di un’ondata di cambiamento fu il principio dell’odissea di Gaetano. Il suo estorsore era un ragazzino, uno di quei tipacci prelevati dalla strada troppo presto, un ventenne la cui massima aspirazione era ritrovarsi in galera nel giro di qualche anno. “Aveva la faccia da bambino e un sorriso innocente” ricorda Franca, la moglie dell’imprenditore. Si chiamava Ivano Rapisarda, per gli amici e colleghi “Ivano Pistola”, ed indubbiamente meno innocenti del suo sorriso erano le motivazioni che lo spingevano a bussare alla porta di Gaetano, il quale, alla richiesta della tassa da pagare alla mafia, aveva sempre risposto con un “no” secco e deciso. Tuttavia, Ivano Pistola non amava essere cacciato in malo modo dai negozi come un criminale qualunque, così ebbero inizio le ritorsioni e l’imprenditore iniziò a pagare le conseguenze del suo coraggio: dopo innumerevoli minacce, gli incendiarono il negozio e gli arrecarono danni per 200 milioni. Stanco di dover fare i conti con un’organizzazione che si sostituiva allo Stato e pretendeva forse più dello Stato, Gaetano denunciò tutto ai carabinieri e il Pistola finì tra le sbarre senza deludere le aspettative. Cosa nostra però non poteva permettere che tutto ciò avvenisse senza intralci, così, il 10 novembre del 1992, decise di troncare la vita dell’imprenditore.
Cinque colpi di pistola e la fine di un uomo che non amava reputarsi un eroe e, anzi, quando si lodava il suo coraggio, era solito rispondere: "Io coraggioso? Macche'. Io ho una fifa da matti. Ma non posso piegarmi proprio ora che i commercianti hanno fatto la rivoluzione con le denunce degli estorsori".
Gaetano Giordano non era un eroe; era semplicemente un imprenditore per il quale pagare il pizzo non sarebbe mai stato “normale” o necessario. Gaetano Giordano era un uomo normale, ma sappiamo benissimo che comportarsi da uomini normali, in alcune situazioni ed in determinate realtà, diviene qualcosa di eroico, dunque anche Gaetano Giordano è da considerarsi un eroe, della stessa tempra di coloro che tutt’oggi combattono la medesima battaglia per reclamare il proprio diritto alla Libertà e il proprio NO alle prepotenti richieste della mafia.
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sabato 10 novembre 2012
10 Novembre 1988
Carmelo Zaccarello 24 anni
Carmelo era un bravo ragazzo.
La sua vita si è spenta prima di poter festeggiare il suo venticinquesimo compleanno.
Il destino con lui è stato terribilmente cinico, inflessibile. La sua era ed è una normale famiglia perbene, onesta di Siracusa. Il padre, morto poco tempo fa, gestiva un piccolo bar, il “Bar Moka", in Via Roma, nel cuore di Ortigia. Carmelo lo aiutava abitualmente e ancora di più nei momenti di maggiore afflusso di clienti, come la sera della vigilia di San Martino.
L’ultima sera della sua vita, il 10 Novembre 1988, il ragazzo stava lavorando nel bar con la sua fidanzata, Cinzia, e il padre. Qualcuno sorseggiava il buon caffè di “zio” Pippo Zaccarello, qualche altro mangiava le calde tradizionali “zippole”, chiacchierando e ridendo. Poi, all’improvviso, si è scatenato un inferno. Spari, grida, sangue dovunque. Una strage: due morti e quattro feriti. Due bande di farabutti appartenenti a opposte “famiglie” mafiose si sono violentemente affrontate in quei pochi metri quadrati. Carmelo è morto lì, ucciso da quelli che la stampa impropriamente definisce col vocabolario della criminalità: “uomini d’onore”. Cinzia rimane ferita. Il padre sconvolto vede morire il suo giovane figliolo.
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Carmelo Zaccarello 24 anni
Carmelo era un bravo ragazzo.
La sua vita si è spenta prima di poter festeggiare il suo venticinquesimo compleanno.
Il destino con lui è stato terribilmente cinico, inflessibile. La sua era ed è una normale famiglia perbene, onesta di Siracusa. Il padre, morto poco tempo fa, gestiva un piccolo bar, il “Bar Moka", in Via Roma, nel cuore di Ortigia. Carmelo lo aiutava abitualmente e ancora di più nei momenti di maggiore afflusso di clienti, come la sera della vigilia di San Martino.
L’ultima sera della sua vita, il 10 Novembre 1988, il ragazzo stava lavorando nel bar con la sua fidanzata, Cinzia, e il padre. Qualcuno sorseggiava il buon caffè di “zio” Pippo Zaccarello, qualche altro mangiava le calde tradizionali “zippole”, chiacchierando e ridendo. Poi, all’improvviso, si è scatenato un inferno. Spari, grida, sangue dovunque. Una strage: due morti e quattro feriti. Due bande di farabutti appartenenti a opposte “famiglie” mafiose si sono violentemente affrontate in quei pochi metri quadrati. Carmelo è morto lì, ucciso da quelli che la stampa impropriamente definisce col vocabolario della criminalità: “uomini d’onore”. Cinzia rimane ferita. Il padre sconvolto vede morire il suo giovane figliolo.
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10 Novembre 1979
Giovanni Bellissima 24 anni, brigadiere
Salvatore Bologna 41 anni, appuntato
Domenico Mazzara 50 anni, appuntato
Il brigadiere Giovanni Bellissima, di 24 anni, originario di Mirabella Imbaccari, gli appuntati Domenico Mazzara di 50, di Reggio Calabria e Salvatore Bologna, di 41, di Palazzolo Acreide stavano scortando da Catania a Bologna il boss Angelo Pavone. Al casello autostradale di San Gregorio a Catania la Mercedes guidata da Angelo Paolello, di 42 anni, fu assalita da un commando. Mentre l’autista rimase ferito i tre carabinieri furono uccisi. I killer prelevarono Pavone che undici giorni dopo fu ritrovato cadavere in una discarica vicino alle falde dell’Etna.
Giovanni Bellissima 24 anni, brigadiere
Salvatore Bologna 41 anni, appuntato
Domenico Mazzara 50 anni, appuntato
Il brigadiere Giovanni Bellissima, di 24 anni, originario di Mirabella Imbaccari, gli appuntati Domenico Mazzara di 50, di Reggio Calabria e Salvatore Bologna, di 41, di Palazzolo Acreide stavano scortando da Catania a Bologna il boss Angelo Pavone. Al casello autostradale di San Gregorio a Catania la Mercedes guidata da Angelo Paolello, di 42 anni, fu assalita da un commando. Mentre l’autista rimase ferito i tre carabinieri furono uccisi. I killer prelevarono Pavone che undici giorni dopo fu ritrovato cadavere in una discarica vicino alle falde dell’Etna.
venerdì 9 novembre 2012
9 Novembre 1995
Serfino Famà 57 anni, avvocato penalista
9 novembre 2010. Sono trascorsi 15 anni dall’omicidio per mano criminale dell’avvocato Serafino Famà. Egli nacque il 3 aprile del 1938 a Misterbianco in provincia di Catania; era un avvocato penalista, che considerava la sua funzione non semplicemente come un lavoro, lui ci credeva, indossava la toga e la onorava ogni giorno. Credeva nella giustizia, nel diritto di ogni uomo ad essere difeso, nella legalità. “Onestà e coraggio. Se ti comporti con onestà e coraggio non devi avere paura di nulla”. Per quel suo rifiuto ad una richiesta di un mafioso venne condannato a morte da quel boss che oggi collabora con la giustizia.
Sono le 21 del 9 novembre 1995: all'angolo tra viale Raffaello Sanzio e via Oliveto Scammacca vengono esplosi sei colpi di pistola calibro 7,65 che colpiscono e uccidono l'avvocato Serafino Famà. Lui e il collega Michele Ragonese sono appena usciti dallo studio poco distante e stanno raggiungendo la macchina posteggiata in piazzale Sanzio, pronti a tornare a casa. Poi gli spari, Famà si accascia al suolo, è ancora vivo, ma per poco. Alle 21.20, al suo arrivo in ambulanza al Pronto Soccorso dell'ospedale Garibaldi, ha già smesso di respirare.
Per un anno e mezzo le indagini su quel delitto non portano a nessuna soluzione, fino al 6 marzo 1997, data in cui Alfio Giuffrida, affiliato e reggente del clan mafioso Laudani, manifesta la sua intenzione di collaborare con la giustizia.
Secondo i PM Ignazio Fonzo e Agata Santonocito, il mandante, dal carcere, è Giuseppe Di Giacomo (reggente del clan Laudani), gli esecutori materiali sono Salvatore Catti e Salvatore Torrisi, mentre lo stesso Giuffrida e Fulvio Amante osservano la scena da un'automobile. Il 16 marzo del 1998 il GUP del Tribunale di Catania dispone il rinvio a giudizio per loro e per altre quattro persone, accusate di omicidio volontario pluriaggravato, porto e detenzione illegali di arma da fuoco e ricettazione.
Il movente dell'omicidio è semplice: «Gli ha fregato i soldi...», dice il boss Di Giacomo al cognato Matteo Di Mauro, durante uno dei loro colloqui all'interno della casa circondariale di Firenze. Il soggetto, però, non è Serafino Famà, bensì l'avvocato Tommaso Bonfiglio, legale Di Giacomo, dal quale avrebbe ottenuto tra i duecento e i duecentocinquanta milioni di lire con la promessa di immediata scarcerazione, non avvenuta. Ma colpire Bonfiglio sarebbe stato un azzardo, avrebbe aggravato la situazione di Di Giacomo: il contrordine arriva pochi giorni dopo. Di Mauro comunica a Giuffrida «di lasciar perdere l'avvocato Bonfiglio, ma di fare l'avvocato Famà». Perché Famà?
Le ragioni di questa scelta sono da ricercarsi in un procedimento di alcuni anni prima: Di Giacomo era stato arrestato mentre si trovava a letto con Stella Corrado, moglie di suo cognato Matteo Di Mauro. L'infedeltà di Di Giacomo e della Corrado avrebbe potuto causare pesanti problemi all'interno del clan, qualora fosse stata resa pubblica. Di Giacomo aveva programmato l'omicidio della Corrado, ma era stato arrestato prima di poterlo portare a compimento; a quel punto ha sperato che la sua amante lo scagionasse durante una deposizione che avrebbe dovuto rendere al Tribunale di Catania in un processo a carico di Di Mauro, difeso dall'avvocato Famà. Ma Famà aveva consigliato alla donna di astenersi dal fare qualunque dichiarazione, e lei aveva accettato il consiglio del legale.
Nella sentenza sull'omicidio Famà, si legge: «Di Giacomo si lamentava dell’arresto subìto, che riteneva ingiusto anche per le modalità con cui era stato eseguito, e contava molto sulle dichiarazioni di Stella Corrado per dimostrare la sua innocenza». E ancora: «La mancata deposizione della Corrado, certamente conseguente all’intervento dell’avvocato Famà, era stata vista dal Di Giacomo come la causa diretta della irrealizzabilità del proprio scopo (cioè la scarcerazione, ndr)».
Cominciano gli appostamenti, vengono coinvolti altri membri del clan. Si trovano in una stalla ad Aci Bonaccorsi quando Gaetano Gangi e Mario Basile comunicano che Famà è chiuso nello studio, e ci rimarrà probabilmente il tempo necessario perché lo raggiungano e gli tendano l'agguato. Nel giro di poche ore, Serafino Famà è una vittima della mafia. I giudici, nelle motivazioni della sentenza di colpevolezza a carico degli imputati, pronunciata il 4 novembre 1999, scrivono: «Le risultanze processuali pertanto, per come sopra evidenziato, hanno dimostrato che il movente dell’omicidio in esame va individuato esclusivamente nel corretto esercizio dell’attività professionale espletata dall’avvocato Famà».
Di Mauro, Di Giacomo, gli esecutori e gli autisti sono stati condannati all'ergastolo. Al collaboratore di giustizia Alfio Giuffrida è stata comminata la pena di diciotto anni di reclusione.
Di seguito è riportato un frammento di lettera di Flavia Famà, figlia di Serafino, scritta il 9 novembre 2009 in suo onore e in sua memoria:
"Sono passati 14 anni da quel 9 novembre del 1995 quando all'uscita dallo studio mio padre fu ucciso. Ucciso per dare l'esempio a chi, come lui, non intendeva ascoltare i "consigli" dei clienti. Nasce il 3 aprile del 1938 a Misterbianco in provincia di Catania. Mio padre era un avvocato penalista, non era solo un lavoro, lui ci credeva. Credeva nella giustizia, nel diritto di ogni uomo ad essere difeso, nella necessarietà di applicare e far rispettare la legge."Onestà e coraggio"; se ti comporti con onestà e coraggio non devi avere paura di nulla mi diceva. Catania, 1995, una città difficile, intrisa di omertà, paura e accondiscendenza, purtroppo non molto distante dalla Catania di oggi...Il fatto scatenante è stato un processo che indirettamente coinvolgeva un'assistita di mio padre: questa donna era in casa con un uomo quando quest'ultimo viene arrestato, l'avvocato difensore dell'uomo ritiene fondamentale per la scarcerazione del suo cliente la testimonianza della donna, mio padre non lo ritiene opportuno e nonostante le richieste dell'altro avvocato dice alla sua assistita di non essere tenuta a farlo ed anzi pare che glielo sconsigli. L'uomo viene condannato e decide di uccidere il suo avvocato, quest'ultimo si discolpa dicendo che tutto è dipeso dalle scelte di mio padre. Indipendenza e libertà non potevano essere tollerate da loro. Non si è mai capito quale sia stata la reale influenza dell'avvocato sulla decisione di quell'uomo che dal carcere fece partire l'ordine di uccidere. Un omicidio che ha lasciato un testimone oculare incolume, un collega e caro amico di mio padre che quella sera era lì con lui e che è rimasto a lungo sotto choc. Tutti a volto scoperto. Non ho voluto citare i nomi dei soggetti coinvolti soltanto perché non voglio che il ricordo di mio padre venga associato a quello dei suoi carnefici. Mi piacerebbe che venisse ricordato per la sua onestà intellettuale, per il coraggio con cui difendeva ogni giorno le sue idee. Com'è cambiata la mia vita, come ho vissuto e vivo questo legame profondo... è un'altra storia."
Fonte
Serfino Famà 57 anni, avvocato penalista
9 novembre 2010. Sono trascorsi 15 anni dall’omicidio per mano criminale dell’avvocato Serafino Famà. Egli nacque il 3 aprile del 1938 a Misterbianco in provincia di Catania; era un avvocato penalista, che considerava la sua funzione non semplicemente come un lavoro, lui ci credeva, indossava la toga e la onorava ogni giorno. Credeva nella giustizia, nel diritto di ogni uomo ad essere difeso, nella legalità. “Onestà e coraggio. Se ti comporti con onestà e coraggio non devi avere paura di nulla”. Per quel suo rifiuto ad una richiesta di un mafioso venne condannato a morte da quel boss che oggi collabora con la giustizia.
Sono le 21 del 9 novembre 1995: all'angolo tra viale Raffaello Sanzio e via Oliveto Scammacca vengono esplosi sei colpi di pistola calibro 7,65 che colpiscono e uccidono l'avvocato Serafino Famà. Lui e il collega Michele Ragonese sono appena usciti dallo studio poco distante e stanno raggiungendo la macchina posteggiata in piazzale Sanzio, pronti a tornare a casa. Poi gli spari, Famà si accascia al suolo, è ancora vivo, ma per poco. Alle 21.20, al suo arrivo in ambulanza al Pronto Soccorso dell'ospedale Garibaldi, ha già smesso di respirare.
Per un anno e mezzo le indagini su quel delitto non portano a nessuna soluzione, fino al 6 marzo 1997, data in cui Alfio Giuffrida, affiliato e reggente del clan mafioso Laudani, manifesta la sua intenzione di collaborare con la giustizia.
Secondo i PM Ignazio Fonzo e Agata Santonocito, il mandante, dal carcere, è Giuseppe Di Giacomo (reggente del clan Laudani), gli esecutori materiali sono Salvatore Catti e Salvatore Torrisi, mentre lo stesso Giuffrida e Fulvio Amante osservano la scena da un'automobile. Il 16 marzo del 1998 il GUP del Tribunale di Catania dispone il rinvio a giudizio per loro e per altre quattro persone, accusate di omicidio volontario pluriaggravato, porto e detenzione illegali di arma da fuoco e ricettazione.
Il movente dell'omicidio è semplice: «Gli ha fregato i soldi...», dice il boss Di Giacomo al cognato Matteo Di Mauro, durante uno dei loro colloqui all'interno della casa circondariale di Firenze. Il soggetto, però, non è Serafino Famà, bensì l'avvocato Tommaso Bonfiglio, legale Di Giacomo, dal quale avrebbe ottenuto tra i duecento e i duecentocinquanta milioni di lire con la promessa di immediata scarcerazione, non avvenuta. Ma colpire Bonfiglio sarebbe stato un azzardo, avrebbe aggravato la situazione di Di Giacomo: il contrordine arriva pochi giorni dopo. Di Mauro comunica a Giuffrida «di lasciar perdere l'avvocato Bonfiglio, ma di fare l'avvocato Famà». Perché Famà?
Le ragioni di questa scelta sono da ricercarsi in un procedimento di alcuni anni prima: Di Giacomo era stato arrestato mentre si trovava a letto con Stella Corrado, moglie di suo cognato Matteo Di Mauro. L'infedeltà di Di Giacomo e della Corrado avrebbe potuto causare pesanti problemi all'interno del clan, qualora fosse stata resa pubblica. Di Giacomo aveva programmato l'omicidio della Corrado, ma era stato arrestato prima di poterlo portare a compimento; a quel punto ha sperato che la sua amante lo scagionasse durante una deposizione che avrebbe dovuto rendere al Tribunale di Catania in un processo a carico di Di Mauro, difeso dall'avvocato Famà. Ma Famà aveva consigliato alla donna di astenersi dal fare qualunque dichiarazione, e lei aveva accettato il consiglio del legale.
Nella sentenza sull'omicidio Famà, si legge: «Di Giacomo si lamentava dell’arresto subìto, che riteneva ingiusto anche per le modalità con cui era stato eseguito, e contava molto sulle dichiarazioni di Stella Corrado per dimostrare la sua innocenza». E ancora: «La mancata deposizione della Corrado, certamente conseguente all’intervento dell’avvocato Famà, era stata vista dal Di Giacomo come la causa diretta della irrealizzabilità del proprio scopo (cioè la scarcerazione, ndr)».
Cominciano gli appostamenti, vengono coinvolti altri membri del clan. Si trovano in una stalla ad Aci Bonaccorsi quando Gaetano Gangi e Mario Basile comunicano che Famà è chiuso nello studio, e ci rimarrà probabilmente il tempo necessario perché lo raggiungano e gli tendano l'agguato. Nel giro di poche ore, Serafino Famà è una vittima della mafia. I giudici, nelle motivazioni della sentenza di colpevolezza a carico degli imputati, pronunciata il 4 novembre 1999, scrivono: «Le risultanze processuali pertanto, per come sopra evidenziato, hanno dimostrato che il movente dell’omicidio in esame va individuato esclusivamente nel corretto esercizio dell’attività professionale espletata dall’avvocato Famà».
Di Mauro, Di Giacomo, gli esecutori e gli autisti sono stati condannati all'ergastolo. Al collaboratore di giustizia Alfio Giuffrida è stata comminata la pena di diciotto anni di reclusione.
Di seguito è riportato un frammento di lettera di Flavia Famà, figlia di Serafino, scritta il 9 novembre 2009 in suo onore e in sua memoria:
"Sono passati 14 anni da quel 9 novembre del 1995 quando all'uscita dallo studio mio padre fu ucciso. Ucciso per dare l'esempio a chi, come lui, non intendeva ascoltare i "consigli" dei clienti. Nasce il 3 aprile del 1938 a Misterbianco in provincia di Catania. Mio padre era un avvocato penalista, non era solo un lavoro, lui ci credeva. Credeva nella giustizia, nel diritto di ogni uomo ad essere difeso, nella necessarietà di applicare e far rispettare la legge."Onestà e coraggio"; se ti comporti con onestà e coraggio non devi avere paura di nulla mi diceva. Catania, 1995, una città difficile, intrisa di omertà, paura e accondiscendenza, purtroppo non molto distante dalla Catania di oggi...Il fatto scatenante è stato un processo che indirettamente coinvolgeva un'assistita di mio padre: questa donna era in casa con un uomo quando quest'ultimo viene arrestato, l'avvocato difensore dell'uomo ritiene fondamentale per la scarcerazione del suo cliente la testimonianza della donna, mio padre non lo ritiene opportuno e nonostante le richieste dell'altro avvocato dice alla sua assistita di non essere tenuta a farlo ed anzi pare che glielo sconsigli. L'uomo viene condannato e decide di uccidere il suo avvocato, quest'ultimo si discolpa dicendo che tutto è dipeso dalle scelte di mio padre. Indipendenza e libertà non potevano essere tollerate da loro. Non si è mai capito quale sia stata la reale influenza dell'avvocato sulla decisione di quell'uomo che dal carcere fece partire l'ordine di uccidere. Un omicidio che ha lasciato un testimone oculare incolume, un collega e caro amico di mio padre che quella sera era lì con lui e che è rimasto a lungo sotto choc. Tutti a volto scoperto. Non ho voluto citare i nomi dei soggetti coinvolti soltanto perché non voglio che il ricordo di mio padre venga associato a quello dei suoi carnefici. Mi piacerebbe che venisse ricordato per la sua onestà intellettuale, per il coraggio con cui difendeva ogni giorno le sue idee. Com'è cambiata la mia vita, come ho vissuto e vivo questo legame profondo... è un'altra storia."
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giovedì 8 novembre 2012
8 Novembre 1991
Vincenzo Giordano benzinaio
Vincenzo Giordano era un benzinaio di Marina di Caronia, piccolo centro sulla statale Palermo Messina ucciso in un agguato l’8 novembre del 1991. Grazie alla testimonianza di Antonella Gangemi, all’ epoca diciassettenne si scoprirono le circostanze che portarono a questo delitto. Il fratello di Antonella, Calogero, era di 2 più grande, ma era già inserito in una banda di spacciatori. Un gruppo di balordi che decide di uccidere Vincenzo Giordano per ritorsione: l’ uomo si era rivolto ai carabinieri perché’ impedissero a quei giovani di farsi vedere nei pressi del distributore. La risposta della gang fu immediata: la sera dell’ 8 novembre il benzinaio venne ucciso con una scarica di lupara al volto.
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Vincenzo Giordano benzinaio
Vincenzo Giordano era un benzinaio di Marina di Caronia, piccolo centro sulla statale Palermo Messina ucciso in un agguato l’8 novembre del 1991. Grazie alla testimonianza di Antonella Gangemi, all’ epoca diciassettenne si scoprirono le circostanze che portarono a questo delitto. Il fratello di Antonella, Calogero, era di 2 più grande, ma era già inserito in una banda di spacciatori. Un gruppo di balordi che decide di uccidere Vincenzo Giordano per ritorsione: l’ uomo si era rivolto ai carabinieri perché’ impedissero a quei giovani di farsi vedere nei pressi del distributore. La risposta della gang fu immediata: la sera dell’ 8 novembre il benzinaio venne ucciso con una scarica di lupara al volto.
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